Giardini   di luce nel reparto 14 nel manicomio dell’Osservanza  di Imola  con  lo psichiatra Giorgio Antonucci

Da alcuni mesi il prof. Antonucci ci accompagna nella riflessione sul significato di luce e di riscatto delle persone nella nostra piccola comunità di San Bernardino a Caravaggio (BG). Grazie

Voglio riflettere ancora sulle case di preghiera. Lo vorrei fare però da un punto di vista laico. Giorgio Antonucci, medico nel manicomio di Imola, ci accompagna dentro questo tema, partendo dai giardini di luce, da lui pensati e realizzati dentro questo lager di Imola. Lo psichiatra Antonucci, a partire dal 1973, si trova nel reparto 14 delle donne agitate nell’ospedale psichiatrico dell’Osservanza. Il reparto più difficile e pericoloso. È lì che inizia il suo difficile e importante lavoro di superamento della reclusione coatta e di smantellamento dell’Ospedale Psichiatrico di Imola e, per quanto ci riguarda, crea dei nuovi giardini di luce, volti a ri-donare un senso alla vita di quelle persone recluse . Di questo voglio parlare.

 Giuseppe Gozzini,che è tra i primi obiettori di coscienza in Italia scrive di lui: “Sono stato a trovarlo a Imola un giorno in cui il manicomio era stato aperto alla cittadinanza per una festa di protesta contro l’interdizione di massa dei pazienti avviata dalla magistratura. Quel giorno c’era un enorme striscione sull’entrata con la scritta: “Libertà per tutti”. Peccato che lo striscione fosse legato alle sbarre di reparti ancora chiusi. A Imola i reparti aperti di Antonucci sono come giardini in un lager, sono la pietra dello scandalo. Mite e granitico, dolce e intransigente Antonucci ha condotto finora la sua battaglia da solo… Solo di fronte al potere di giudici, poliziotti, funzionari sanitari e politici, dai quali deve difendersi e che in 20 anni di lavoro gli hanno creato sicuramente più problemi dei pazienti. Solo di fronte a una cultura che autorizza la psichiatria come un universo separato dove è lecita la violenza dell’uomo sull’uomo. Le ingiustizie più gravi sono quelle coperte dall’ipocrisia o ingabbiate nella legalità. C’è un modo di uccidere – scrive Antonucci, più preciso e più terribile dell’assassinio degli individui e del massacro dei popoli, ed è il non riconoscere gli altri come uomini. Pur essendo profondamente laico, Antonucci è un uomo di fede, come tutti i precursori. È una voce nel deserto e il deserto siamo noi”. 

Il reparto 14 delle agitate comprende all’arrivo di Antonucci 44 donne segregate, con periodi più o meno lunghi di detenzione, senza prospettive di uscita. Tutto fosco, nero e buio in quel reparto: muri alti, inferriate alle finestre, porte di ferro, i settori dell’abitato separati e controllati, celle con lo spioncino, letti inchiodati al pavimento. Le 44 donne internate, tutte con diagnosi di schizofrenia, vivono rinchiuse, isolate, legate, sorvegliate di continuo e costantemente sottoposte a tutti i trattamenti più brutali della psichiatria. Nel reparto 14 ci sono mezzi di contenzione fisica di ogni genere, dalla camicia di forza alla maschera di plastica per impedire alle pazienti di sputare; vengono usati vari tipi di shock. Il reparto è tutto chiuso come un cubo: c’erano muri, che in seguito fa demolire, porte di ferro che vuole sostituire con porte a vetri. Stanze chiuse e dall’una c’è un’infermiera con le chiavi pronte, un certo numero di persone sta in una sala con l’infermiera, poi porta chiusa, altra sala con infermiera e chiavi. 

Antonucci presenta con la metafora dell’oscurità tutto l’orrore del manicomio: porte di ferro chiuse con lo spioncino, impronte delle unghie, persone legate che urlano la disperazione. Maschere fissate con delle cinture di cuoio al letto. Con le recluse il medico Antonucci canta il male che vivono: “Avevo otto anni/otto anni/otto anni/quando mi hanno sbattuto/qui dentro/quando mi hanno sbattuto/qui dentro/con la violenza”. ”E ora quanti anni hai? / E ora quanti anni hai? Minuto per minuto/Ora per ora/Giorno per giorno/Le notti a occhi spalancati/I giorni senza fine/Le notti a occhi spalancati/i giorni senza fine”. Come carne da macello sono le donne del reparto 14: aggredite e percosse: ”Mi avete aggredito/e non mi sono difeso//Sapevo anche troppo bene/che sarebbe stato inutile. //Mi avete interrogato/e non mi sono difeso. //Sapevo anche troppo bene/ che sarebbe stato inutile. //Mi avete serrato le braccia/e trascinato in Manicomio/e sono venuto senza nemmeno protestare//Non ho protestato / Non ho protestato. // Apparentemente/Apparentemente”

Grida la loro disperazione e contemporaneamente la loro umiliazione ,come il povero Giobbe:”Se tu avessi capito/fino a che punto/l’umiliazione può distruggere un uomo/Tu non mi senti ma io ti voglio dire lo stesso/ti voglio dire/ti voglio dire/che non è il dolore/che non è la tortura/ch’io provo/Ti voglio dire anche se non mi senti/Ti voglio dire che non è la paura/non è la paura/non è la paura/Non sono gl’incubi/che attraversano che attraversano la mia testa/che attraversano la mia cella/e che bruciano i miei occhi/come il fuoco del sole/Ti voglio dire anche se non mi senti/che non ho mai gridato/che non ho mai gridato/per le mie torture/per le mie torture che subisco da anni/Potrebbero tagliare/Potrebbero tagliare/senza farmi nulla//Ma se urlo//Ma se urlo/ma se urlo a pieni polmoni/e vorrei urlare sempre/se mi bastasse la gola/se mi bastasse la voce//Ma se urlo/come un lupo ferito/è la mia umiliazione/che non ha nome”

 

 Il medico con la poesia riesce così ad identificarsi completamente con loro. Lui proviene dalla psicosintesi di Assagioli, aperta a tutto il vissuto delle persone e nel reparto 14 le è utile. Vede con la poesia ancora essere umani, là dove altri, infermieri e medici, considerano i pazienti come dei mostri. Vede, ad esempio, gli occhi di Teresa. Scorge in lei una piccola luce e comincia a slegarla, comincia da una mano. Nel caso di Teresa le infermiere, che pur le slegano una mano vedono i graffi su i loro visi. La rilegano. Le infermiere hanno paura e la picchiano, il medico, al contrario, vede un essere umano e cerca un dialogo,un incontro. Dopo un mese Antonioli consegna alla direzione i mezzi di contenzione in un sacco accompagnato da un biglietto: “Questi strumenti di tortura devono uscire da un reparto ospedaliero”.

Dà luce al reparto 14. Butta giù porte e muri, toglie i mezzi di contenzione, la costrizione fisica; convince le infermiere a tenere le porte aperte e contemporaneamente toglie gli psicofarmaci. Il reparto, chiuso come un cubo,si trasforma: muri demoliti, porte di ferro sostituite da porte a vetri.

Pure il giardino acquista più luce. Antonucci fa mettere una fontana con acqua e spruzzo verso l’alto, con l’intenzione e lo scopo di aumentare la vivacità dell’ambiente, accrescere la gioia e la serenità delle persone di cui si occupa. Fa dipingere le pareti con soli, colori vivaci, stelle del mattino e dice: ”Io credo che la bellezza e la poesia siano forme visibili della libertà, e sembrano pergamene dorate su cui è scritto il futuro”. Gli occhi di Teresa e di altre pazienti sono ora ”Gli occhi beati della gioia” e con loro può dire:”Odo raggi di luce. Colmo di luce corro verso il mare. Ho abiti tessuti con raggi di Sole. Grande canto di gioia con violoncelli. Occhi chiari su fondo scuro. Il mio tesoro sono gli affetti e io li raccolgo nel pensiero. Trilli di violino su fondo scuro”.

Teresa non fa male a nessuno. Talvolta va anche fuori, gira per Imola, ma non le interessa molto, anche se ci può andare quando vuole. Ora vuole soprattutto essere lasciata in pace, molto contenta quando viene a trovarla qualche familiare: ha una figlia. Lei è passata dalla condizione di donna legata costantemente al letto a quella di donna libera che può camminare, uscire, andare dove vuole. E tornare ad essere madre. Un mondo nuovo comincia a conoscere. Il medico Antonucci raggiunge Teresa ed altre con l’immaginazione. Di solito lo psichiatra è quello che ha meno fantasia di tutti anche dell’inquisitore. Ma con Giorgio pure le infermiere imparano di nuovo a sentire con la fantasia: sentono la voce di Teresa e di altre, sentono quello che non è visibile , possono vedere quello che non c’è, “possono vedere il treno che passa al di là di questa parete”. Sviluppano queste capacità perchè sono per loro utili per un dialogo proficuo con le matte del reparto 14. Dice loro Giorgio che ciò costituisce la “ricchezza del nostro cervello”. Questa ricchezza del nostro cervello non può più essere scambiata quale difetto del nostro cervello ed è “una ricchezza non dominabile, perché appunto le proprie idee non passano con l’elettroshock”.

Giorgio fa questi discorsi sulla creatività, perchè lo ha imparato a Firenze presso l’istituto di “psicosintesi” del dott. Assagioli. Assagioli, uno dei primi a parlare di psicanalisi in Italia, vedeva la psicologia in relazione a tutte le qualità creative, in particolar modo in rapporto con la mistica, tra l’altro era appassionato di filosofie orientali. Diceva che quando si incontra una persona, per aiutarla a vivere meglio, bisogna stimolare le sue capacità creative. Questo è il significato di “psicosintesi”. È un’impostazione positiva, un suggerimento che Giorgio Antonucci ha seguito e gli è servito molto. Ad Imola nel reparto 14 tiene conto sul serio della creatività ed informa le infermiere che “nella creatività ci sta anche il fatto di immaginarsi delle cose che non sembrano corrispondere alla realtà, ma la realtà non è fatta soltanto di una direzione sola. Noi non siamo fatti soltanto della realtà immediata, ma anche della paura e dell’immaginazione per cui si possono immaginare anche delle cose sbagliate, ma sbagliare non significa avere un cervello che non funziona. Immaginare e sbagliare fa parte della struttura fisiologica del cervello: il cervello indaga la realtà facendo delle ipotesi, che a volte si verificano e a volte no”. E le informa che” nelle capacità creative di ogni singola persona,anche nella sua vita breve il mondo viene illuminato all’infinito come se ci fosse sempre l’esplosione d’una stella nova”:

“La vita di una persona è fatta di scelte e di invenzioni continue. Ogni persona è diversa dall’altra e ogni persona è anche diversa da se stessa in ogni momento. Quando si incontra una persona non si incontra un orologio da accomodare, ma una persona che si presenta attraverso le proprie esperienze, le proprie scelte e con i propri problemi, quelli che impediscono il realizzarsi delle proprie scelte. Questo è psicologia: partire dai problemi, il resto è ciarlataneria. Noi siamo eredi del tremendo potere creativo di Dio”.Generare significa entrare nell’ambito del Creatore, nell’opera di co-creazione, in quanto aiutiamo la natura e la storia a portare avanti la creatività dell’universo.

 Nel reparto 14 del manicomio di Imola Antonucci è un cercatore di luce e sa scovare nei pazienti barlumi di artista. Con loro vive il caos, danza con la loro umiliazione e fragilità. Lotta con il loro caos , lo decompone, lo decostruisce, e poi costruisce a partire da esso. Accetta la sfida di convertirlo in una qualche specie di ordine, rispettandone i tempi, senza spingere oltre a ciò che è possibile. Annota nel suo diario che “La creatività non riguarda il dipingere un’immagine o produrre un oggetto, ma riguarda la lotta con i demoni e gli angeli che abitano la nostra psiche, osando dare loro un nome e mettendoli in uno spazio in cui possono respirare e noi possiamo guardarli. Questo processo attraverso cui ascoltiamo le nostre immagini e le portiamo alla luce ci permette di abbracciare i nostri “nemici” (cioè il lato ombra di noi stessi), ma anche le nostre visioni e i nostri sogni più grandi”. 

Là nell’ospedale dell’osservanza di Imola fioriscono piccoli giardini di luce: i ricoverati, come persone di preghiera, sono a contatto con le profondità dell’esistenza, imparano di nuovo l’esperienza di meraviglia e di stupore, di gioia e di sorpresa e si riappropriano senza farsi del male del silenzio, dello smarrimento, Della sofferenza e del lutto. Sanno dare un nome alla loro vulnerabilità e tessono nuove esperienze: Teresa torna a camminare e a scoprire un mondo nuovo.

 Giovanni Angioli, collaboratore storico del medico Antonucci dice:

”L’arrivo di Antonucci inaugurò una nuova era per tutti noi. Egli aveva un modo completamente diverso di rapportarsi con le persone rispetto a quello cui eravamo abituati; passava molto tempo in reparto, si fermava a parlare con i ricoverati, ascoltava le loro richieste, si intratteneva a lungo con il personale e riceveva molte visite di amici non addetti ai lavori. In questo modo la comunità cominciò ad aprirsi verso l’esterno, suscitando interesse positivo nella gente”.

 Lì, Antonucci usa con i ricoverati un modello di compassione creativa. Si identifica pienamente con loro, si fa eco di gioie e di tristezze, e per loro diventa un narratore sovversivo, che lancia a tutti inviti a vedere il mondo con occhi diversi e con una sapienza alternativa. Una vicinanza pure la vive con Valerio, che non riesce mai a parlare, che canticchia solamente una nenia sempre uguale. Scende con Valerio nel suo inferno psichiatrico ad Imola e a lui, che gesticola senza senso, che si percuote violentemente il volto, fa riscoprire la densità profonda dei sensi: fuori nel cortile questo piccolo ragazzo torna a vivere momenti particolarmente di serenità e di calma, si rilassa se sente cantare o fischiettare, e si diverte quando gioca con l’acqua della fontana. Si interessa alla musica. Impara, di nuovo, a sorridere, mentre gli si accarezza la mano. Smette di essere Autolesionista, ha maggior sicurezza nel mantenersi in posizione eretta, nel camminare, nel salire le scale. Incomincia a usare il cucchiaio, tiene senza problemi le scarpe, non rifiuta più le coperte. Valerio riprende ad usare il proprio corpo per muoversi ed agire, per toccare,per sentire, ed esplorare. Scrive Antonucci:

”Ai primi di dicembre, durante una passeggiata nel parco vicino al recinto degli animali, Valerio si messo a battere le mani e a ridere. Ha sempre tenuto per mano l’operatore cercandolo quando gli si sottraeva, dimostrando di gradire le sollecitazioni tattili. E’ evidente che, dal momento in cui viene trattato come un essere umano, Valerio manifesta la sua umanità: ha reazioni di piacere, di fame, di fastidio. Mostra interesse per l’acqua, gli animali, la musica. Cerca il contatto con le persone. In questo modo gli è stata aperta una strada verso un recupero considerato impossibile”.

 Giardino, appunto di luce: Valerio si distende sull’erba e vi si rotola. Tocca avidamente e porta alla bocca erba, sassi, rami, tutto ci che gli ricorda la sua infanzia contadina e che per tanto tempo gli è stato impedito di avvicinare. Sorride se trova qualcosa che lo interessa: un nuovo oggetto, una caramella, una gita, un nuovo gioco o un nuovo contatto affettuoso. 

È festa, notte d’estate del 1983, nel giardino della luce: ”La festa,scrive la giornalista Dacia Maraini, l’hanno organizzata loro, con l’aiuto del dottor Antonucci e degli infermieri. Una donna vestita di giallo e di lilla mi abbraccia e mi bacia sulle due guance. Un’altra donna magra, senza denti, i capelli scarmigliati, gli occhi splendenti, un sorriso mesto, si siede accanto a me e mi spiega, con gesti e parole scombinate ma piene di entusiasmo, cosa ha sognato la notte scorsa”

Nel giardino si suona la musica di Mozart: l’armonia esplosiva dilata gli spazi, entra in queste facce contratte segnate dalle torture e finalmente trasforma la loro bruttezza in bellezza. Tutto si fa liquido delicato piacere. 

14 MARZO 2022