Vincent Van Gogh e Giorgio Antonucci testimoni della luce nell’ospedale di St Remy e nel reparto 14 del manicomio dell’Osservanza di Imola

Parte Prima

 Ci sono persone che son chiamate, forse a loro insaputo, ad essere nella storia punti di luce per i sofferenti, per gli esclusi, per gli emarginati. Recentemente mi son soffermato su due figure per me significative: Vincent Van Gogh e Giorgio Antonucci.Il primo ha una fama internazionale che non necessita di essere presentato; il secondo, Giorgio Antonucci, psichiatra, lavorò a partire dal 1973 nel reparto 14 delle donne agitate nell’ospedale psichiatrico dell’Osservanza di Imola, il reparto più difficile e pericoloso.

Come si sa, a partire dal mese di maggio del 1889 fino alla primavera del 1890 Vincent Van Gogh viene ricoverato nel manicomio di St. Paul de Mausole, Saint-Rémy de Provence. Lì ha varie crisi di epilessia, ma col tempo, ristabilitosi in parte, riesce ad avere un suo atelier, viene molto ammirato dal personale e dentro e fuori dall’ospedale Van Gogh realizza circa 100 disegni e 150 quadri, tra cui gli Iris, Il campo di grano con mietitore, Notte stellata e numerosi dipinti di ulivi e cipressi. Ma vi sono pure dipinti che raffigurano gli ambienti del manicomio. Per i primi due mesi del suo soggiorno, all’artista non gli è permesso di avventurarsi oltre i confini dell’istituto. Ha attacchi deliranti, non può realizzare dipinti originali, limitandosi invece a copiare quadri di antichi maestri che ammira. Infine, come detto, ritenuto abbastanza stabile,torna ad esplorare zone entro una certa distanza. In quell’ospedale il dottor Edgar Leroy, è il primario. Giorgio Antonucci a partire dagli anni settanta inizia il suo difficile e importante lavoro di superamento della reclusione coatta e di smantellamento dell’Ospedale Psichiatrico di Imola e crea dei nuovi giardini di luce,volti a ri-donare un senso alla vita di quelle persone recluse. L’amico Giuseppe Gozzini, che è tra i primi obiettori di coscienza in Italia, scrive di Giorgio Antonucci: “Sono stato a trovarlo a Imola un giorno in cui il manicomio era stato aperto alla cittadinanza per una festa di protesta contro l’interdizione di massa dei pazienti avviata dalla magistratura. Quel giorno c’era un enorme striscione sull’entrata con la scritta: “Libertà per tutti”. Peccato che lo striscione fosse legato alle sbarre di reparti ancora chiusi. A Imola i reparti aperti di Antonucci sono come giardini in un lager, sono la pietra dello scandalo. Mite e granitico, dolce e intransigente Antonucci ha condotto finora la sua battaglia da solo…”

Il reparto 14 delle agitate comprende all’arrivo di Antonucci 44 donne segregate, con periodi più o meno lunghi di detenzione, senza prospettive di uscita. Tutto fosco, nero e buio in quel reparto: muri alti, inferriate alle finestre, porte di ferro, i settori dell’abitato separati e controllati, celle con lo spioncino, letti inchiodati al pavimento. Le 44 donne internate, tutte con diagnosi di schizofrenia, vivono rinchiuse, isolate, legate, sorvegliate di continuo e costantemente sottoposte a tutti i trattamenti più brutali della psichiatria. Nel reparto 14 ci sono mezzi di contenzione fisica di ogni genere, dalla camicia di forza alla maschera di plastica per impedire alle pazienti di sputare; vengono usati vari tipi di shock. Il reparto è tutto chiuso come un cubo: c’erano muri, che in seguito fa demolire, porte di ferro che vuole sostituire con porte a vetri. Stanze chiuse e dall’una c’è un’infermiera con le chiavi pronte, un certo numero di persone sta in una sala con l’infermiera, poi porta chiusa, altra sala con infermiera e chiavi. 

Antonucci presenta con la metafora dell’oscurità tutto l’orrore del manicomio: porte di ferro chiuse con lo spioncino, impronte delle unghie, persone legate che urlano la disperazione. Maschere fissate con delle cinture di cuoio al letto. Con le recluse il medico Antonucci canta il male che vivono: “Avevo otto anni/otto anni/otto anni/quando mi hanno sbattuto/qui dentro/quando mi hanno sbattuto/qui dentro/con la violenza”. ”E ora quanti anni hai? / E ora quanti anni hai? Minuto per minuto/Ora per ora/Giorno per giorno/Le notti a occhi spalancati/I giorni senza fine/Le notti a occhi spalancati/i giorni senza fine”. Come carne da macello sono le donne del reparto 14: aggredite e percosse: ”Mi avete aggredito/e non mi sono difeso//Sapevo anche troppo bene/che sarebbe stato inutile.//Mi avete interrogato/e non mi sono difeso.//Sapevo anche troppo bene/ che sarebbe stato inutile. // Mi avete serrato le braccia/e trascinato in Manicomio/e sono venuto senza nemmeno protestare//Non ho protestato/Non ho protestato. // Apparentemente/Apparentemente”

Grida la loro disperazione e contemporaneamente la loro umiliazione ,come il povero Giobbe: ”Se tu avessi capito/fino a che punto/l’umiliazione può distruggere un uomo/Tu non mi senti ma io ti voglio dire lo stesso/ti voglio dire/ti voglio dire/che non è il dolore/che non è la tortura/ch’io provo/Ti voglio dire anche se non mi senti/Ti voglio dire che non è la paura/non è la paura/non è la paura/Non sono gl’incubi/che attraversano che attraversano la mia testa/che attraversano la mia cella/e che bruciano i miei occhi/come il fuoco del sole/Ti voglio dire anche se non mi senti/che non ho mai gridato/che non ho mai gridato/per le mie torture/per le mie torture che subisco da anni/Potrebbero tagliare/Potrebbero tagliare/senza farmi nulla//Ma se urlo//Ma se urlo/ma se urlo a pieni polmoni/e vorrei urlare sempre/se mi bastasse la gola/se mi bastasse la voce//Ma se urlo/come un lupo ferito/è la mia umiliazione/che non ha nome”

Il medico con la poesia riesce così ad empatizzare, identificarsi completamente con loro. Vede con la poesia ancora essere umani,là dove altri,infermieri e medici,considerano i pazienti come dei mostri. Vede, ad esempio, gli occhi di Teresa. Scorge in lei una piccola luce e comincia a slegarla, inizia da una mano. Dopo un mese Antoucci consegna alla direzione i mezzi di contenzione in un sacco accompagnato da un biglietto: “Questi strumenti di tortura devono uscire da un reparto ospedaliero”.

 

Parte Seconda

La lettera a Theo Van Gogh, giovedì 23 maggio 1889 presenta la condizione dell’internato nell’ospedale di St. Remy:

Mio caro Theo,

 Da quando sto qui, il giardino desolato pieno di grandi pini sotto cui cresce alta e mal curata un’erba mista a loglio mi è bastato per lavorare, e non sono ancora riuscito. Però il paesaggio di Saint-Rémy è bellissimo e a poco a poco probabilmente farò qualche escursione. Ma rimanendo qui, naturalmente il medico ha potuto vedere meglio come stavano le cose e, oso sperare, sarà più rassicurato sul fatto di lasciarmi dipingere.Ti assicuro che qui sto bene… Poiché questi infelici non fanno assolutamente nulla, non hanno altro svago giornaliero che ingozzarsi di ceci, fagioli, lenticchie e altre spezie e prodotti coloniali in quantità misurate e a orari fissi. Ma senza scherzi, la paura della follia mi sta passando molto vedendo da vicino chi ne è affetto, come in seguito è assai probabile che lo sarò anche io. Prima provavo repulsione per queste creature ed era triste, per me dover pensare che tanti, nel nostro mestiere, erano finiti così- …Beh, ora penso a tutto ciò senza timore, cioè non mi sembra più atroce che se quelle persone fossero morte di qualcos’altro, di tisi o di sifilide, per esempio. Quegli artisti, li vedo riacquistare il loro aspetto sereno, e credi che sia poca cosa ritrovare dei vecchi del mestiere? Ecco, senza scherzi, qualcosa di cui sono profondamente riconoscente. Perché, anche se alcuni urlano o di solito sragionano, qui c’è molta vera amicizia che abbiamo gli uni per gli altri. Dicono: bisogna sopportare gli altri perché gli altri ci sopportino, e altri ragionamenti giustissimi che mettono in pratica. E tra noi ci capiamo molto bene; per esempio, a volte posso parlare con uno che risponde solo con suoni incoerenti, perché non ha paura di me. Se a qualcuno viene una crisi, gli altri lo sorvegliano e intervengono per evitare che si faccia male. Lo stesso per chi ha la mania di arrabbiarsi spesso… Riguardo le mie condizioni, sono tanto riconoscente anche per qualcos’altro. Noto in altri che anche loro, durante le crisi, hanno sentito come me suoni e voci strane, che anche a loro le cose sembrano instabili. E questo attenua l’orrore che ho provato all’inizio della crisi che ho avuto, e che quando ora capita all’improvviso spaventa necessariamente oltre misura. Una volta saputo che fa parte della malattia, la prendi in modo diverso. Se non avessi visto da vicino altri pazzi, non sarei riuscito ad evitare di pensarci sempre. Perché le sofferenze dell’angoscia non sono piacevoli, quando hai una crisi. La maggior parte degli epilettici si morde la lingua e se la taglia. Oso pensare che quando sai cos’è, quando sei consapevole delle tue condizioni, e di poter andare soggetto a crisi, allora puoi fare qualcosa per non essere sorpreso più di tanto dall’angoscia o dal terrore. Ma ormai da 5 mesi vanno diminuendo, spero proprio di uscirne o almeno di non avere più crisi altrettanto forti. Qui c’è uno che grida e parla sempre, come ho fatto io per una quindicina di giorni, credi di sentire voci e discorsi nell’eco dei corridoi, probabilmente perché il nervo dell’udito è malato e troppo sensibile, e nel mio caso erano la vista e l’udito insieme, il che capita abitualmente all’inizio dell’epilessia… Adesso quell’orrore della vita è già meno pronunciato e la malinconia meno acuta. Ma di volontà, non ne ho ancora per niente, di desideri per niente, e quasi per niente tutto ciò che riguarda la vita normale, per esempio il desiderio di rivedere gli amici, ai quali tuttavia penso. Da qui alla volontà e all’azione c’è ancora molta strada da fare…

Il dottor Antonucci dà luce al reparto 14. Butta giù porte e muri, toglie i mezzi di contenzione, la costrizione fisica; convince le infermiere a tenere le porte aperte e contemporaneamente toglie gli psicofarmaci. Il reparto, chiuso come un cubo,si trasforma: muri demoliti, porte di ferro sostituite da porte a vetri. Pure il giardino acquista più luce. Fa mettere una fontana con acqua e spruzzo verso l’alto, con l’intenzione e lo scopo di aumentare la vivacità dell’ambiente, accrescere la gioia e la serenità delle persone di cui si occupa. Fa dipingere le pareti con soli, colori vivaci, stelle del mattino e dice:”Io credo che la bellezza e la poesia siano forme visibili della libertà, e sembrano pergamene dorate su cui è scritto il futuro”. Gli occhi di Teresa e di altre pazienti sono ora: ”Gli occhi beati della gioia” e con loro può dire: ”Odo raggi di luce. Colmo di luce corro verso il mare. Ho abiti tessuti con raggi di Sole. Grande canto di gioia con violoncelli. Occhi chiari su fondo scuro. Il mio tesoro sono gli affetti e io li raccolgo nel pensiero. Trilli di violino su fondo scuro”.
Anche Vincent Van Gogh vive la sua vocazione come cercatore di luce; scrive al fratello Theo: ”Per raggiungere il picco di giallo brillante di quest’estate ho avuto bisogno di esaltarmi un poco”. Ha bisogno dell’esaltazione del sole. E, per esaltarsi ancora, dipinge in fretta, in fretta, molto più degli impressionisti: come i giapponesi che, diceva, erano veloci come il lampo, perché avevano i “nervi sottili”. Lui, col linguaggio di allora parlava di nervi sottilissimi, con il linguaggio di oggi noi diremmo che viveva di passioni profondamente empatiche nei confronti della natura e delle persone Dipinge serie di quadri: frutteti in fiore, peschi in fiore, susini in fiore, albicocchi in fiore, mietitori, girasoli (e cieli di notte). Se dipinge i peschi e i susini in fiore non vuole ricordare che, in pochi giorni, quei fiori sarebbero sfioriti e morti. Non gli interessa il tramonto e la morte. Gli interessa soltanto il lato miracoloso, sia transitorio sia eterno, della fioritura. Quanto alla luce, aveva fatto una scoperta. La luce del mondo non discende come crediamo, dal sole. Tutti gli oggetti – i frutteti, i covoni, i mietitori, i girasoli – contengono in se stessi la luce: risplendono di luce propria; ciascuno ha il proprio sole. La sua vocazione profonda è quella di riproporre le aureole di luce: una vocazione questa che va riscoperta ed attualizzata.
12 NOVEMBRE 2024